Dalla costa all’Entroterra con conchiglie e ippopotami:
le materie prime della piana costiera sud Levantina all’alba della prima urbanizzazione
Nicola Lanzaro
Apertura
Proviamo un esercizio di immaginazione: siamo sull’altopiano transgiordano, III millennio a.C., tra colline riarse dal sole e campi di ulivi. A pochi chilometri a est si stende il deserto – non di dune dorate, ma una piana rocce taglienti e ghiaia. Guardando ad ovest, un mare si staglia all’orizzonte: non vasto né brulicante di vita, ma un lago immobile, saturo di sale che impedisce lo sviluppo di ogni forma di vita, con un nome evocativo: il Mar Morto. Il mare, quello vero – il Mare Superiore per gli Assiri, il Mediterraneo per noi – resta nascosto, lontano a ovest oltre le colline centrali. Eppure, tra le mura di questie prime città gli archeologi trovano diverse conchiglie, dalle peculiari scanalatura e colori vividi che gridano «mare». Come sono arrivate fin qui, in questa terra arida, e cosa rivela questo contatto tra costa ed entroterra, 5000 anni fa?
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Contesto Storico-Archeologico
I confini del Levante non sono rigidi: pensate a un’area che si estende dal Mediterraneo a est, fino alle maestose montagne del Tauro e alla fertile piana dell’Amuq a nord, lambendo la Mesopotamia storica più oltre.
Per il Levante meridionale – il nostro cuore – il limite orientale è il deserto arabico settentrionale, mentre a sud si arriva al Wadi al-Arish e alla penisola del Sinai (inclusa); corrispondendo grossomodo a i moderni stati di Giordania, Palestina storica e parte dell’Egitto orientale. Ad esclusione dell’area del sinai stiamo parlando di un’area che è meno vasta di quello che sembra in quanto l’area che corrisponde grossomondo al Mezzogiorno italiano, tuttavia si tratta di un’area estremamanete eterogenea dal punto di vista climatico, geomorfologico e ambientale. Partendo dalla costa verso est infatti almeno tre tipologie climatica si possono incontrare almeno tre tipologie climatiche differenti: mediterraneo, semi-arido caldo e freddo e arido/desertico (fig.1).
La mappa climatica rispecchia questa eterogeneità estrema del territorio. Semplificando, da ovest si passa dalla pianura costiera mediterranea alla fascia delle colline interne della Cisgiordania, che separa la piana costiera dalla depressione della Fossa Tettonica del Giordano – dove si trovano alcuni dei punti più bassi della Terra, fino a 400 metri sotto il livello del mare.
Questi ambienti sono collegati da corridoi naturali, come la celebre Valle di Esdraelon tramite lo stretto passo del Carmelo. Qui il fiume Giordano scorre da nord a sud fino al Mar Morto. A est si risale di quota sugli altipiani transgiordani, formati da terreni pianeggianti che si estendono verso il deserto.
Tra altopiano Transgiordano e la rift valley, faglie secondarie accolgono corsi d’acqua stagionali e perenni, affluenti del Mar Morto, creando un territorio frastagliato e quasi collinare. Alcuni di questi fiumi attraversano i pianori da est a ovest, aprendo corridoi vitali per il passaggio dall’altopiano alla Valle del Giordano.
In questo puzzle ambientale nella prima età del Bronzo (3700-1900 a.C.) si assistono a profondi cambiamenti nelle comunità che lo abitano. All’inizio del Bronzo Antico I (3700-3100 a.C.) dominano villaggi sparsi, dall’economia agricola, con le tipiche «case absidate» – edifici con angoli curvi– che evolvono in forme con moduli quadrangolari verso la fine del periodo. Nella seconda fase del periodo emerge un contatto stretto con l’Egitto: non semplici scambi di merci, ma veri avamposti commerciali egiziani sulle coste sud-occidentali del Levante meridionale. In questo periodo inizia a diffondersi in modo ampio l’uso degli asini come animali da soma, come attestano sia le figurine in terracotta sia i resti ossei rinvenuti. Si tratta di una significativa innovazione per lo scambio delle merci, poiché grazie a questi animali era possibile trasportare anche carichi pesanti, fino a circa 80-90 kg, per lunghe distanze, fino a 20 km al giorno, anche lungo percorsi non del tutto pianeggianti o confortevoli. In questo senso, gli asini possono essere considerati il “camion” dell’antichità.
Il vero salto si vede nel Bronzo Antico II-III (3100-2500 a.C.). Molti siti vengono abbandonati o rifondati, mentre sorgono centri fortificati: mura possenti racchiudono una viabilità ordinata e una netta distinzione tra case private e edifici pubblici – templi, granai, palazzi. Aumentano i siti con officine metallurgiche, legati all’intensificarsi dell’estrazione di rame a Feinan. Questo fenomeno è definito- non senza dibattiti – come prima urbanizzazione. Queste centri sono degli hub con edifici che accentrano beni e materie prime, ma diversi dalle città mesopotamiche: più piccoli, senza palazzi giganteschi né fonti scritte.
Per questo li definiamo «prototostorici»: mentre Egitto e Mesopotamia – i vicini regionali -sviluppano scrittura e burocrazia, i Levantini del Bronzo Antico lasciano solo i loro oggetti a narrare la loro storia, come i gioielli di conchiglia che raccontano il commercio sulla lunga distanza.
Cosa succede a questo sistema? Senza testi scritti, ricostruire la vita quotidiana e le tensioni sociali è un rompicapo archeologico. Sappiamo che nel Bronzo Antico III (2850-2500 a.C.) tutto vacilla e poi crolla. Non sempre le città sembrano subire distruzioni, spesso le città sono semplicemente abbandonate, a volte dopo un periodo in cui alcune porte urbiche nelle mura sono bloccate. Probabilmente perché non conviene più rimanere in quel luogo per motivi climatici o “economici”. Ogni sito racconta la sua storia unica. Non tutti bruciano o crollano: Khirbet Iskander, in Transgiordania. Il caso di Khirbet Iskander, un sito del Bronzo Antico della Giordania è occupato anche nel successivo BA IV con continuità abitativa, prova che il collasso non fu uniforme ma un mosaico di resilienze, nelle zone più favorevoli, e abbandoni. I siti che resistono o le nuove fondazioni del Bronzo Antico IV (2500-1900 a.C.) sono caratterizzati da villaggi meno compatti, aperti e privi di mura; spesso organizzati su schemi viari regolari e un’economia di tipo agricolo come nel Bronzo Antico I. Nonostante materie prime scambiate su lunghe distanze e produzioni specializzate continuino ad essere attestate, ad esempio il metallo.
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Le materie prime della piana costiera
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Le conchigle
Nonostante la lontananza dal mare, molti siti delle alture collinari cisgiordane e oltre il Giordano presentano, soprattutto per la fase urbana del Bronzo Antico II-III (3100-2500 a.C.), conchiglie che gli zooarcheologi attribuiscono a specie del Mediterraneo o, in alcuni casi, addirittura del Mar Rosso. Una sintesi della loro distribuzione è stata proposta dal prof. Milevski (2016) nella sua monografia sugli scambi economici del Levante meridionale durante il Bronzo Antico I-III (circa 3700-2500 a.C.). Data la loro dimensione ridotta, la grande abbondanza e il peso contenuto, queste conchiglie potevano essere trasportate facilmente lungo le vie di transito in gran quantità sul dorso degli asini, anche per diversi chilometri. Si tratta inoltre di una delle prime risorse impiegate come materiale ornamentale e, in alcuni casi, anche come offerta o deposito in contesti funerari. Probabilmente erano considerati come un bene “esotico” in alcune regioni, esse potevano esercitare un certo fascino sugli abitanti di aree interne come l’Altopiano transgiordano. Per Mileski queste potevano essere anche possibili doni inviati dalle comunità della costa alle comunità dell’interno.
La lavorazione più semplice consisteva nella foratura artificiale dell’umbone, così da poter infilare più conchiglie insieme a mo’ di collana, proprio come fanno i bambini in spiaggia; in alcuni casi, tuttavia, tale perforazione poteva derivare anche da processi di erosione naturale. Questi gruppi di conchiglie sono stati interpretati in modi diversi: inizialmente, e con ogni probabilità, come ornamenti personali, ad esempio collane o bracciali. Più recentemente, sono stati anche letti come oggetti di conteggio.
Talvolta, però, si trovano manufatti che a prima vista non sembrano derivare da conchiglie, ma che in realtà sono il risultato della lavorazione di conchiglie di grandi dimensioni, come quelle del genere Strombus (fig.2). Dal corpo di queste conchiglie si ricavano piccoli anelli, dal colore solitamente bianco e simile all’avorio, rinvenuti soprattutto in contesti sepolcrali del Sinai. Tali artefatti compaiono nelle cosiddette tombe Nawamis (tombe circolari con una sovrastruttura in pietra torriforme), ma anche nelle tombe del sito di Gerico/Tell es-Sultan e di Bab edh-Dhra’ nel Bronzo Antico II-III. Questi oggetti erano sicuramente prodotti con maggiore finezza e complessità rispetto alle semplici collane di conchiglie forate, poiché l’artigiano doveva ricavarne anelli di piccole dimensioni senza fratturare il materiale.
In alcuni casi si attestano anche conchiglie intere di grandi dimensioni, forse usate come pendenti singoli o semplicemente raccolte per la loro bellezza e per la loro forma peculiare, come le celebri Murex, che in epoca fenicia sarebbero state impiegate — in realtà la parte molle interna del mollusco, non il guscio — per la produzione della famosa porpora; tuttavia, in questo periodo tale produzione non era ancora attestata.
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L’avorio di ippopotamo
Forse è ancora più sorprendente scoprire che dalla costa, seppur in quantità minore, arrivava probabilmente anche un’altra materia prima: l’avorio, spesso lavorato in piccole sculture, soprattutto protomi taurine (fig.3).
Quasi l’avorio lavorato rinvenuto nei contesti levantini dell’età del Bronzo Antico proviene dalle zanne di Hippopotamus amphibius (Ippopotamo) ed è quindi tradizionalmente considerato un materiale di importazione. La presenza dell’ippopotamo è ben attestata lungo il Nilo; tuttavia, sulla base dei dati zooarcheologici, è plausibile che l’avorio non provenisse da circuiti così lontani. Uno studio di Horwitz e Tchernov (1990) ha infatti preso in esame la possibilità che Hippopotamus amphibius abbia abitato anche i corsi d’acqua del Levante meridionale. Come ci sono arrivati lì?
Secondo Tcherno (1988), diverse popolazioni di ippopotamo erano presenti nel Levante meridionale già nel Pleistocene, arrivate in un momento non del tutto chiaro dal continente africano. Una seconda ondata migratoria, relativa proprio a Hippopotamus amphibius proveniente dal Nilo, sarebbe avvenuta durante l’ultimo massimo glaciale, intorno al 18.000 a.C.. In ogni caso, la presenza di questa specie nel Levante è attestata da resti ossei dal Calcolitico fino all’inizio dell’Età del Ferro, quando si estingue localmente.
Diversi siti levantini del Bronzo Antico, e di epoche successive, hanno restituito dati archeozoologici che indicano lo sfruttamento dell’ippopotamo, il quale poteva avere un impatto significativo sui siti vicini a corsi d’acqua e specchi d’acqua, sia per l’alimentazione sia per l’uso dei suoi prodotti secondari, come pelle, ossa e avorio. È quindi possibile che i siti della Cisgiordania, soprattutto quelli in prossimità dei fiumi e non lontani dalla costa, abbiano utilizzato questi prodotti come merci da esportazione verso le aree interne, più che dipendere da un’importazione diretta dall’Egitto.
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Perché conta oggi?
Queste piccole conchiglie e l’avorio di ippopotamo non sono solo curiosità archeologiche: ci aiutano a capire come nascono le prime reti economiche complesse e come si costruiscono i legami tra comunità distanti all’origine della nostra attuale ecosistema abitativo: la città. La quale vive, oggi come in passato, sia di beni necessari alla sussistenza sia di simboli di beni di pregio.
Si sarà capito che il lavoro dell’archeologo che voglia ricostruire l’economia delle prime civiltà urbane senza l’uso di fonti dirette è quindi particolarmente complesso. Da un punto di vista prettamente scientifico per gli archeologi che studiano le reti di scambio a lunga distanza, queste attestazioni sono preziosissime, perché rappresentano spesso l’unico modo per riconoscere rotte altrimenti invisibili in un contesto protostorico.
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Conclusione
Le conchiglie marine e l’avorio di ippopotamo, giunti dalla piana costiera sud-levantina fino agli altopiani transgiordani, trascendono il ruolo di semplici curiosità archeologiche: esse rivelano le prime reti di scambio complesse del Bronzo Antico II-III (3100-2500 a.C.), in cui asini da soma e corridoi naturali – veri “camion” e “autostrade” silenziose – trasportavano merci non essenziali alla sussistenza, ma cariche di valore sociale e simbolico, alimentando il prestigio degli hub urbani fortificati dell’entroterra.
La presenza di questi beni “esotici” non offre solo conferme (un legame tra costa, colline e altopiano), ma apre interrogativi cruciali: chi erano gli intermediari che ne curavano il trasporto su lunghe distanze? Che dinamiche economiche, in assenza di moneta, le sostenevano? Perché tale contatto sembra interrompersi nel Bronzo Antico IV (al ritorno ai villaggi non fortificati)? Quali rotte – per merci, uomini e idee – le attraversavano?
Questi quesiti, ancora aperti, sottolineano come il Bronzo Antico levantino – intensamente studiato ma parzialmente enigmatico – continui a sfidare la nostra comprensione delle origini dell’urbanismo e delle prime interdipendenze regionali.
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Bibliografia/letture consigliate:
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Greenberg, Raphael. 2019. The Archaeology of the Bronze Age Levant: From Urban Origins to the Demise of City-States, 3700–1000โฏBCE. Cambridge: Cambridge University Press.
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Horwitz, Liora Kolska, e Eitan, Tchernov. 1990. “Cultural and Environmental Implications of Hippopotamus Bone Remains in Archaeological Contexts in the Levant.” Bulletin of the American Schools of Oriental Research 280: 67–76.
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Milevski, Ianir. 2016. Early Bronze Age Goods Exchange in the Southern Levant: A Marxist Perspective. London: Routledge.
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Steiner, Margarete Laura, e Ann E., Killebrew. 2014. The Oxford Handbook of the Archaeology of the Levant: C. 8000-332 BCE. Oxford: OUP.
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Tchernov, Eitan. 1988. “The Age of ’Ubeidiya Formation (Jordan Valley, Israel) and the Earliest Hominids in the Levant.” Paléorient 14 (2): 63–65.
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Tumolo, Valentina. 2019. “A Bull’s Head from แธชirbet ez-Zeraqลn.” In D’Andrea, Marta, Marta G., Micale, Davide, Nadali, Sara, Pizzimenti, e Agnese, Vacca, (edd.), Pearls of the Past: Studies on Near Eastern Art and Archaeology in Honour of Frances Pinnock. Roma: Zaphon, 847–867.

Figura 1 Mappa climatica su basemap satellitare e mappa fisica del Levante meridionale (dati per DEM ricavati da Shuttle Radar Topography Mission - https://www2.jpl.nasa.gov/srtm/). La classificazione climatica è la seguente: -giallo: Clima mediterraneo Csa; Arancione e giallo scuro: Clima semi-arido caldo (BSh) e semi-arido freddo (BSk); Rosso e rosa: arido caldo/ desertico (BWh) e arido freddo/ steppe (BWk).

Figura 2 Conchiglie del genere Strombus, usate per la produzione di anelli durante il Bronzo Antico nel Levante meridionale (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Naturalis_Biodiversity_Center_-_ZMA.MOLL.50233_-_Strombus_alatus_Gmelin,_1791_-_Strombidae_-_Mollusc_shell.jpeg)

Figura 3 Mappa con distribuzione di rinvenimenti di avorio/ossa di Hippopotamus amplibius nel Levante Meridionale durante il Bronzo Antico (ippopotamo nero) sovrapposta a distribuzione delle statuine raffiguranti protomi taurine in avorio (dati da: Tumolo 2019, Fig. 8; Horwitz e – Tchernov 1990)
Nicola Lanzaro - 20 Apr 2026

